Settimana gelida per il nostro calcio: tre ko in trasferta, tanta amarezza e la sensazione di un bivio. Tra orgoglio ferito e voglia di rivalsa, la Champions ci mette davanti allo specchio.
Ci eravamo abituati bene. L’onda lunga dell’Inter capace di due finali negli ultimi anni teneva acceso un faro. Sembrava dire: si può fare. Poi la realtà ha bussato forte. Il turno di playoff d’andata ha rimesso tutto in discussione. Tre gare fuori casa. Tre sconfitte. Un saldo pesante: dieci gol subiti, tre fatti (dati da verificare sui referti ufficiali). Non era scritto. Non così.

Il contesto non aiuta, certo. Il Galatasaray in casa trasforma la partita in rito collettivo. Al Rams Park il rumore supera spesso i 110 decibel. Il Borussia Dortmund ha il “muro giallo”: oltre 80 mila persone, una curva che ti schiaccia mentre batti una rimessa laterale. E il Bodø/Glimt gioca su campo sintetico, dentro il Circolo Polare Artico: a fine febbraio lì l’aria punge, la palla corre in modo diverso, il corpo fa fatica. Sono dettagli? No. Sono contesto, e in Europa il contesto pesa.
Tre anni fa avevamo tre squadre ai quarti di finale. Oggi l’andata dei playoff ci racconta altro. La distanza con la Premier League resta enorme negli investimenti ma qui parliamo di Turchia, Germania, Norvegia. Le nostre, spesso, reggono con organizzazione e spirito. Ma quando la serata prende una piega storta, servono gamba e alternative. E lì, a volte, manchiamo.
Ci sono attenuanti? Sì. Trasferte complicate, episodi girati male, qualche acciacco per uomini chiave. Ma c’è anche un punto fermo: al ritorno servirà un cambio netto di ritmo.
Cosa resta alle italiane: margine zero e rimonte possibili
Il “giochino” del ranking UEFA oggi serve a poco. La corsa al posto extra è viva ma incerta, e i conteggi cambiano settimana per settimana. Il tema vero resta un altro: ritmo, profondità di rosa, abitudine alla pressione internazionale. La Champions League non perdona chi non sa cambiare pelle dentro la stessa partita. Servono ricambi veri, panchine che entrano e alzano il livello, non solo “coprono”.
La Juve è chiamata a uno sforzo mentale prima ancora che tecnico. L’andata di Istanbul è stata dura. A Torino serviranno coraggio, pressione alta e una gara “da 1-0 al minuto 20”. La scalata sembra ripida. Non impossibile, ma senza reti pulite dietro non si va lontano.
L’Atalanta sa sorprendere. Contro il Dortmund non basta palleggio: serve profondità, cattiveria in area, cambi che spostino inerzia. Per molte, oggi, l’aritmetica dice “tre gol di scarto” per forzare almeno i supplementari; il dettaglio esatto dipende dai singoli punteggi d’andata.
L’Inter a San Siro ha una spinta unica. Lo stadio moltiplica. Ma la squadra deve ritrovare il suo codice: palla rapida, ampiezza, cattiveria sui piazzati. Il gelo di Bodo è alle spalle. Davanti c’è una notte in cui ogni pallone pesa. E quel peso, spesso, l’Inter sa reggerlo.



